Covellina

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covellina, pietra naturale

Che cos'è la covellina

La covellina è un solfuro di rame di formula CuS, un minerale opaco dal colore inconfondibile: un blu indaco profondo, quasi notturno, che sulle superfici fresche si accende di riflessi violetti, bronzei e dorati. È uno di quei minerali che chiunque abbia visto una volta riconosce subito, perché nessun'altra specie comune combina quel blu così saturo con la lucentezza sub-metallica un po' untuosa delle sue lamine. Nella letteratura italiana si trova indicata sia come covellina sia come covellite: si tratta dello stesso minerale, e la forma "covellina" è quella storicamente più diffusa nei testi in lingua italiana.

Dal punto di vista chimico è un minerale del rame a tutti gli effetti: contiene circa due terzi di rame in peso e per questo, dove si concentra in masse abbondanti, viene sfruttata come minerale di rame di importanza secondaria, accanto a specie ben più diffuse come la calcopirite e la calcocite. La sua struttura cristallina è particolare e ha fatto discutere a lungo i cristallografi, perché non si lascia descrivere con il semplice schema di uno ione rame bivalente legato a uno ione zolfo bivalente: nel reticolo convivono atomi di rame in coordinazioni diverse e gruppi di zolfo legati fra loro a coppie. È una complicazione che interessa poco chi guarda un campione in vetrina, ma spiega perché la covellina si comporti elettricamente più come un metallo che come un normale solfuro.

La si trova quasi ovunque esistano giacimenti di rame, ma raramente come protagonista: nella stragrande maggioranza dei casi si presenta come sottile patina, come velo azzurro che riveste e sostituisce altri solfuri di rame nelle zone superficiali alterate dei giacimenti. Solo in alcune località privilegiate — Butte nel Montana su tutte — forma cristalli tabulari esagonali di dimensioni apprezzabili, con quel lucore metallico bluastro che ne ha fatto un classico da collezione. In Italia è legata soprattutto al Vesuvio, dove fu riconosciuta per la prima volta, e ad alcune mineralizzazioni cuprifere sarde.

Storia e nome

Storia covellina

Il nome della covellina rende omaggio a Niccolò Covelli (1790–1829), chimico e naturalista italiano che studiò a lungo i prodotti delle eruzioni vesuviane. Fu lui a raccogliere e analizzare, negli anni successivi all'eruzione del 1827, le incrostazioni bluastre depositate dalle fumarole sulle lave del Vesuvio, riconoscendovi un composto di rame e zolfo che non corrispondeva a nessuna specie nota. Covelli morì giovane, prima che il minerale ricevesse un nome ufficiale.

Fu il mineralogista francese François Sulpice Beudant, nel suo trattato elementare di mineralogia del 1832, a dedicargli la specie chiamandola covelline. Da allora il Vesuvio è considerato la località tipo della covellina, ed è un dettaglio che vale la pena sottolineare: uno dei minerali blu più caratteristici del mondo minerale porta un nome italiano ed è stato descritto per la prima volta su materiale campano. I campioni vesuviani, però, sono tutt'altro che spettacolari — croste sottilissime, veli di pochi decimi di millimetro su scorie e lave — e la fama estetica della specie si deve a giacimenti scoperti molto più tardi.

Nella storia della metallurgia la covellina non ha avuto un ruolo autonomo paragonabile a quello della calcopirite o della malachite: dove compare, compare mescolata ad altri solfuri, e viene trattata insieme a loro nei processi di flottazione e fusione. Non risulta che sia mai stata una pietra ornamentale tradizionale, né presso le civiltà antiche né nella gioielleria storica europea: la sua durezza bassissima e la sfaldatura perfetta la rendono di fatto inadatta a essere portata addosso, e la sua fama è quindi tutta moderna e legata al collezionismo mineralogico, che dalla seconda metà dell'Ottocento in poi ha cominciato a cercare i cristalli belli in quanto belli. Chi volesse attribuirle un passato di amuleto o di gemma cerimoniale non troverebbe documenti a sostegno: è più onesto dire che, prima dell'Ottocento, la covellina semplicemente non era distinta come specie a sé.

Composizione e formazione

Origine covellina

La covellina cristallizza nel sistema esagonale, con simmetria dipiramidale e gruppo spaziale P6₃/mmc. La sua struttura è stratificata: piani di atomi alternati che si susseguono lungo l'asse principale e che spiegano bene due delle sue caratteristiche più evidenti, cioè l'abito tabulare dei cristalli e la sfaldatura basale perfetta, che permette di staccare lamine sottilissime, leggermente flessibili ma non elastiche.

Caratteristica Dato
Formula chimica CuS (solfuro di rame)
Classe mineralogica Solfuri
Sistema cristallino Esagonale
Durezza Mohs 1,5 – 2
Densità circa 4,6 – 4,8 g/cm³
Sfaldatura perfetta secondo la base {0001}
Lucentezza sub-metallica, talvolta resinosa o opaca nelle masse terrose
Colore blu indaco, blu-nero; iridescenze violette, rosse e dorate
Striscio (polvere) grigio piombo-nerastro, lucido
Diafanità opaca (traslucida in lamine sottilissime, con toni verdastri)
Località tipo Vesuvio, Campania, Italia

Quanto alla genesi, la covellina è per eccellenza un minerale di alterazione. Si forma nella cosiddetta zona di arricchimento supergenico dei giacimenti a solfuri di rame: le acque superficiali, cariche di ossigeno, percolano attraverso la roccia, ossidano i solfuri primari e trasportano il rame in soluzione verso il basso, dove — incontrando condizioni riducenti — lo ridepositano su calcopirite, bornite, calcocite e pirite, sostituendole a partire dai bordi e dalle fratture. È per questo che tanti campioni mostrano la covellina come un velo blu che avvolge un nucleo bronzeo o giallastro ancora intatto: si sta guardando, letteralmente, una reazione chimica congelata a metà.

Esistono però anche covelline di origine diversa. Al Vesuvio si è depositata direttamente per sublimazione dalle fumarole, cioè dal raffreddamento di gas vulcanici ricchi di zolfo e metalli. In altri contesti si forma in vene idrotermali di bassa temperatura, e in questi casi può dare i cristalli meglio sviluppati. Fra le località classiche, Butte nel Montana ha prodotto le placche esagonali più celebri, di aspetto quasi metallico e con iridescenze intense; sono note anche Summitville in Colorado, Leogang in Austria, i grandi porfidi cupriferi cileni come Chuquicamata e Sierra Gorda, i giacimenti serbi dell'area di Bor e numerose miniere di rame in Perù, Messico e Stati Uniti. In Italia, oltre al Vesuvio, la covellina è segnalata in diverse mineralizzazioni cuprifere sarde — la miniera di Calabona presso Alghero è la più citata dai collezionisti — e in piccole quantità in vari giacimenti alpini e appenninici a solfuri.

Una curiosità che appartiene alla fisica più che alla mineralogia: la covellina è un buon conduttore elettrico e la letteratura scientifica le riconosce un comportamento superconduttivo a temperature prossime allo zero assoluto. È anche oggetto di ricerca nella scienza dei materiali, dove il solfuro di rame in forma di nanoparticelle viene studiato per applicazioni ottiche ed elettroniche. Nulla di tutto questo ha a che vedere con l'uso di un campione da collezione, ma dà la misura di quanto un minerale apparentemente marginale possa essere interessante.

Come riconoscerla

Il primo indizio è il colore, ed è quasi risolutivo. Nessun altro minerale comune presenta quel blu indaco denso e metallico: la covellina fresca sembra inchiostro che abbia imparato a riflettere la luce. A questo si aggiungono le iridescenze, prodotte da sottilissimi film superficiali di alterazione, che virano al viola, al porpora, al bronzo e all'oro a seconda dell'angolo di osservazione. Le lamine sottili staccate per sfaldatura, guardate in controluce, possono apparire traslucide con una sfumatura verde intensa.

Il secondo indizio è la morbidezza. Con durezza compresa fra 1,5 e 2, la covellina si lascia incidere dall'unghia e macchia la carta come farebbe una matita morbida, lasciando uno striscio grigio-nero lucente. Le sue lamine sono flessibili: si piegano leggermente senza spezzarsi subito, ma non tornano nella posizione iniziale. Chi maneggia un campione se ne accorge immediatamente, ed è anche il motivo per cui questi test vanno fatti con parsimonia, su un bordo nascosto e mai su un cristallo bello: ogni prova lascia un segno permanente.

Con che cosa viene confusa

La confusione più frequente è con la bornite, il solfuro di rame e ferro noto commercialmente come "pietra pavone": anche lei mostra iridescenze blu e violette spettacolari, ma sotto la patina il colore di base è bronzeo-rossastro, non blu, ed è nettamente più dura (intorno a 3), tanto da resistere all'unghia. La calcocite è grigio piombo con al più una sfumatura bluastra, mai indaco pieno, e ha durezza 2,5–3. La molibdenite condivide la morbidezza estrema e la sfaldatura in lamine flessibili, ma è grigio-piombo con riflesso azzurrino freddo, mai blu saturo, e al tatto risulta untuosa in modo caratteristico. Minerali affini come digenite e anilite hanno tonalità blu-nere e si distinguono con sicurezza solo in laboratorio.

Un'altra confusione, molto più superficiale ma comune tra i non addetti, riguarda i minerali di rame blu non metallici: azzurrite, crisocolla, turchese. Qui la differenza è lampante appena si osserva la lucentezza: quei minerali sono opachi o traslucidi con aspetto vitreo, ceroso o terroso, mai metallico, e il loro striscio è azzurro o azzurro chiaro, non nero. La covellina, invece, riflette la luce come un metallo brunito.

In laboratorio la determinazione è immediata al microscopio in luce riflessa, dove la covellina è celebre per il suo pleocroismo intensissimo e per l'anisotropia marcata, con colori che passano dal blu al bianco-grigiastro con riflessi rossastri. Il vecchio saggio al cannello — la covellina fonde facilmente e brucia con fiamma bluastra sviluppando anidride solforosa — è oggi solo un ricordo storico e non va replicato in casa, perché i fumi che si sviluppano sono tossici.

Come si usa e come si cura

Va detto con chiarezza: la covellina è un minerale da vetrina, non da tasca. Con una durezza di 1,5–2 è più tenera del gesso e viene scalfita dall'unghia, da una moneta, dallo sfregamento contro qualunque altra pietra; la sfaldatura basale perfetta fa sì che una caduta anche modesta possa staccarne intere lamine. Le rare montature che la impiegano ricorrono a stabilizzazioni in resina, a cabochon protetti o a doppiette, e restano comunque oggetti delicati. Un cristallo di covellina tenuto sciolto in un sacchetto insieme ad altre pietre si rovina in poche settimane, semplicemente per attrito.

Acqua: meglio di no. Non tanto per una solubilità immediata — la covellina non si scioglie in acqua pura — quanto perché è un solfuro, e i solfuri in presenza di umidità e ossigeno si alterano: la superficie si opacizza, le iridescenze sbiadiscono, possono comparire efflorescenze verdastre o azzurrognole di sali di rame. Bagni prolungati, acqua salata, acqua clorata delle piscine e soluzioni acide sono da escludere del tutto. La pulizia si fa a secco, con un pennello morbido o un panno asciutto, e nulla di più. Vanno esclusi anche gli apparecchi a ultrasuoni e il vapore.

Sole e calore: da evitare per prudenza. Il colore della covellina non è dovuto a un pigmento che sbiadisce, quindi la luce in sé non la scolorisce; ma il calore accelera i processi di ossidazione superficiale, e le iridescenze — che sono film sottilissimi — sono la prima cosa a perdersi. La conservazione ideale è in un cassetto o in una scatola, al riparo dalla polvere, dall'umidità e dagli sbalzi termici, su un supporto morbido che eviti sfregamenti.

Manipolazione. Trattandosi di un solfuro di rame, vale la regola generale di buon senso che si applica a tutti i minerali metalliferi: non si porta alla bocca, non si lascia a portata di bambini piccoli, ci si lava le mani dopo averla maneggiata a lungo e non si tagliano né si levigano campioni senza protezioni, perché la polvere non va inalata. Soprattutto, non si preparano acque o "elisir" per immersione: qualunque sia il quadro di riferimento in cui ci si muove, mettere un solfuro metallico in un liquido destinato a essere bevuto è una pratica da escludere senza discussioni. Chi lavora con l'idea dell'acqua informata usa i metodi indiretti, con la pietra all'esterno del contenitore.

Pietre vicine per famiglia e per registro

Sul piano strettamente mineralogico, la covellina appartiene alla grande classe dei solfuri e, più precisamente, alla famiglia dei solfuri di rame. Le sue parenti dirette sono le specie con cui condivide i giacimenti e con cui si scambia posto nelle reazioni di alterazione: la calcopirite, che è il principale minerale primario di rame e da cui la covellina spesso deriva; la bornite, con le sue iridescenze; la calcocite, il solfuro di rame più ricco in metallo; e la pirite, quasi sempre presente nello stesso contesto. Sono legami di parentela chimica e genetica, non di somiglianza estetica: nella stessa vetrina raccontano la storia di un giacimento più di quanto non facciano da soli.

Sul piano del registro simbolico il discorso è diverso e va affrontato con onestà. La covellina non ha un repertorio consolidato nella tradizione litoterapica europea: è un minerale riconosciuto e battezzato solo nell'Ottocento, mai entrato nei lapidari antichi e medievali, mai usato come amuleto in nessuna cultura documentata, e la letteratura contemporanea che se ne occupa è recente, frammentaria e priva di continuità storica. Chi cerca in queste pagine un elenco di attribuzioni tradizionali per la covellina non lo troverà, perché sarebbe un elenco inventato ieri. Quello che si può dire, restando nei fatti, è che il suo blu indaco l'ha avvicinata per associazione cromatica al gruppo delle pietre blu, che nella tradizione occupano il registro della parola, della chiarezza espressiva e della calma. Ma è un'associazione per colore, non una tradizione.

Per chi voglia orientarsi tra pietre con una storia documentata e un repertorio simbolico realmente tramandato, il punto di partenza naturale è l'indice delle pietre, dove ogni specie è trattata separando i dati mineralogici dalle attribuzioni della tradizione. Chi invece è interessato al quadro generale — che cosa sia la litoterapia, con quale spirito la si accosta, quali sono i suoi limiti — può partire dalla pagina dedicata alla litoterapia.

Domande frequenti

Covellina o covellite: qual è il nome giusto?

Entrambi. Il minerale fu battezzato covelline da Beudant in francese nel 1832; in italiano si è affermata la forma "covellina", mentre "covellite" ricalca la terminazione anglosassone covellite, oggi molto diffusa anche da noi per influsso della letteratura internazionale e delle banche dati. Si tratta della stessa specie, approvata come tale e riconosciuta nella nomenclatura ufficiale.

Si può portare al collo o all'anello?

In pratica no, o comunque con grandi cautele. Con durezza 1,5–2 e sfaldatura perfetta, la covellina si graffia e si sfoglia con estrema facilità: un anello sarebbe rovinato nel giro di giorni. Le poche montature esistenti riguardano cabochon stabilizzati o campioni protetti da una capsula, e restano pezzi da indossare con l'attenzione che si riserva a un oggetto fragile. La sede naturale di un bel cristallo di covellina è la vetrina.

È tossica?

Un campione intatto, maneggiato normalmente, non presenta rischi: non emette nulla, non si scioglie al contatto con la pelle. Essendo però un solfuro di rame, valgono le precauzioni standard per i minerali metalliferi: non ingerirla, non ricavarne polveri senza protezioni, non usarla per preparare bevande o infusi, lavarsi le mani dopo una manipolazione prolungata e tenerla lontano dai bambini piccoli. Non è un minerale pericoloso, è un minerale che va trattato con la testa.

Come faccio a distinguerla dalla bornite, che è anche lei iridescente?

Con due prove semplici. La prima è l'unghia: la covellina si scalfisce, la bornite no. La seconda è guardare una superficie fresca, cioè appena esposta: la covellina è blu indaco anche sotto la patina, la bornite è bronzeo-rossastra e diventa iridescente solo per alterazione superficiale. In caso di dubbio, lo striscio su una piastrella di porcellana non smaltata è grigio-nero lucente per la covellina e grigio-nero opaco per la bornite, ma la prova dell'unghia è già sufficiente nella grande maggioranza dei casi.

Se non ha una tradizione litoterapica, ha comunque senso averla?

Ha tutto il senso del mondo, ma per ragioni diverse. La covellina è uno dei minerali più belli e più didattici che esistano: racconta in modo visibile come funziona l'arricchimento supergenico di un giacimento di rame, porta il nome di uno scienziato italiano, ha come località tipo il Vesuvio, e possiede un colore che non ha eguali nel regno minerale. Un buon campione è un oggetto di studio e di contemplazione. Chi si avvicina alle pietre per la via simbolica troverà specie con una storia culturale molto più lunga; chi ci si avvicina per la via della meraviglia naturale troverà nella covellina uno dei casi più convincenti. Le due strade non si escludono, ma è bene sapere su quale si sta camminando.

Fonti e riferimenti

I dati mineralogici riportati in questa scheda — formula, sistema cristallino, durezza, densità, sfaldatura, località tipo e principali giacimenti — sono verificabili sulle seguenti risorse:

  • mindat.org — scheda "Covellite", con dati cristallografici, elenco delle località mondiali e italiane e riferimenti bibliografici primari.
  • IMA – International Mineralogical Association, Commission on New Minerals, Nomenclature and Classification: lista ufficiale delle specie minerali approvate.
  • Handbook of Mineralogy, a cura di J. W. Anthony, R. A. Bideaux, K. W. Bladh e M. C. Nichols, Mineral Data Publishing / Mineralogical Society of America — scheda dedicata alla covellite, disponibile in accesso libero.
  • C. Klein, B. Dutrow, Manual of Mineral Science (già Manual of Mineralogy di Dana), Wiley — capitoli sui solfuri e sui processi di alterazione supergenica.
  • F. S. Beudant, Traité élémentaire de Minéralogie, Parigi 1832 — opera in cui la specie viene descritta e dedicata a Niccolò Covelli.
  • Real Museo Mineralogico dell'Università di Napoli Federico II (Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche) — collezioni storiche di minerali vesuviani, contesto in cui operò Covelli.
  • Museo di Storia Naturale dell'Università di Firenze, sezione di Mineralogia e Litologia — collezioni sistematiche di minerali italiani.
  • Rivista Mineralogica Italiana (Associazione Micro-mineralogica Italiana) — articoli e monografie sulle mineralizzazioni cuprifere sarde e vesuviane.
  • USGS – United States Geological Survey, Mineral Commodity Summaries — inquadramento del rame e dei suoi minerali come risorsa mineraria.

Le considerazioni relative alla tradizione litoterapica sono riportate come materiale culturale e simbolico. Non costituiscono in alcun modo indicazioni sanitarie, non sostituiscono il parere di un medico o di un professionista della salute e non vanno interpretate come suggerimenti terapeutici.